Antichi mestieri: il carbonaio
Bruciano fumi levando nubi di vapori.
Il fumo secca la saliva, fa ardere la gola e nell’odore perverso di quell’irripetibile “incenso verde” si frammischiano alla polvere nera i musi combusti di tutti i carbonai.
Là intorno a quel falò si risvegliano i sensi assopiti dalla fatica, si riscaldano, si appiccicano alla carne opaca.
Sono concentrati gli occhi socchiusi, sorvegliano attenti quel lento e sonnambulo fuoco. La carbonaia è un uovo di legna rivestito di zolle, foglie secche e terriccio, nel mezzo... un foro profondo dove la fiamma arde e prende vita alimentata da buchi appositamente creati per accrescere e decrementare attraverso l’aria. La cottura sarà di tre giorni...
Quale omaggio migliore poter ricordare quell’uomo che da sempre ha conosciuto il bosco, lo ha vissuto da vicino è diventato la sua dolce e agra metà. Là nella capanna aspettava il riposo, ricordava i suoi cari, si vestiva di panni sfatti di lavoro e si lasciava bruciare di anno in anno dalla polvere di carbone. Già non si tratta del più noto taglialegna ma di una figura più caratteristica... Il giorno della festa è lontano, ancora è tempo di lavorare, produrre... È così ossessivo il dondolio del ripetersi concatenato di quelle movenze, ma c’è ancora spazio per tutto, per una parola o un canto, una fumata, una mangiata... Pare di verderlo quel carbonaio... Uomini cosi non esistono più! Occhi bruciati e rancido alla gola. Si deve costruire la carbonaia... E si lavora senza sentire fatica... Tombolo, San Rossore, la macchia di Migliarino, rappresentano un “pezzo di cuore” di questa storia fatta di protagonisti di fatiche, di terra ed alberi. Queste aree hanno rappresentato da sempre un’area significativa dove si rispose all’emarginazione sociale insita verso questo mestiere, attraverso la coesione sempre più forte di questi gruppi, orgogliosi della loro professionalità, gelosi del proprio lavoro, superbi nel portare avanti anche le operazioni più semplici. Così in molte tenute del Parco si sono consacrate le energie di quanti per amore della natura hanno creato senza saperlo le condizioni sociali atte a salvaguardare e mantenere intere aree verdi, boschi rimasti quasi integri nel loro genere, nelle loro caratteristiche. Ma se la cultura popolare ha attribuito nel tempo, al mestiere di carbonaio, una connotazione negativa, noi non lo faremo, ed anzi, cucendo i particolari di questo lavoro, dell’iter di vita di questi piccoli e grandi uomini, arriveremo a disegnare una figura in verità davvero facile ed emotivamente coinvolgente da tratteggiare.
Dal punto di vista ambientale i carbonai hanno contribuito a far sì che il boom dello sviluppo economico, intorno agli anni '50, non penetrasse in maniera devastante con costruzioni efferate in zone come Tombolo, miracolosamente scampate a questo tipo di tragedia. In questo contesto fatto dunque di sole foreste e aree bonificate, appare memorabile la loro attività. Figure storiche emerse dal territorio del Parco, dai racconti dei più anziani che hanno caratterizzato questo tipo di lavoro; semplice e duro allo stesso tempo ma molto ben organizzato. È vero che l’attività di cui stiamo parlando ebbe sbocchi assai migliori in altre zone della Toscana, come nel Mugello per esempio, che annovera tipologie forestali certamente più determinanti, ma è anche da sottolineare che la produzione di carbone portò ad una rilevanza economica ed occupazionale da non trascurare anche qui in Tombolo che rappresentò il centro dell’affermarsi di attività redditizie legate alle foreste e alle famiglie del territorio. I Carbonai lavorarono qui nel Parco fin da epoche lontane, perseverando il loro esercizio fino agli anni '50. Un lavoro certosino, una missione costruita con intelligenza ed organizzata attraverso un gran numero di persone. Grande periodo di fermo, quello della guerra. Il carbone per le ferrovie servì infatti in quantità sempre minori per evitare l’accensione delle carbonaie costituenti, in quel periodo, segnali di fumo ravvisabili dal nemico.
La fine della guerra riportò a ritmo elevato il lavoro grazie alla crescente richiesta di legname e carbone utilizzati per la ricostruzione. Come accennato il carbonaio concluse il suo tragitto dopo gli anni '50. Si preferì infatti, per le nuove direttive sociali ed economiche, stabilizzarsi su attività redditizie più remunerative, mentre i boschi restarono ricchi contenitore per la legna. I carbonai utilizzarono sempre i prodotti secondari del fusto; pini, lecci, eriche (scope), lillari, quercia decidua, tutto materiale per realizzare la carbonaia, elemento caratteristico e concreto di questo lavoro abbandonato solo ai nostri giorni. Quando si parla di carbonaio si intende anche il boscaiolo, una figura diversa da quella contadino perché economicamente più tutelata. Mentre infatti l’agricoltore doveva aspettare il risultato del lavoro della terra e quindi i raccolti, il boscaiolo poteva invece disporre del quintalato, cioé di una razione di pane maggiorata senza contare la possibilità di poter sfruttare altre occupazioni, ed il sano rapporto che si veniva ad istaurare con il datore di lavoro pronto a sostenere nei momenti del bisogno e a mantenere gli impegni, come un’assunzione, solo sulla parola data. Questo tipo di lavoro aveva un’organizzazione assolutamente efficiente. I carbonai generalmente si raggruppano in squadre che si dividevano compiti e zone e proprio per questo motivo in Tombolo lavoravano gli esperti acquisendo anche migliori vantaggi economici rispetto a coloro che lavoravano in San Rossore. Anche qui vi era un responsabile, il capopala che controllava tutto il lavoro. Una compagnia era formata da tre o quattro carbonai ed ogni operaio produceva da 220 a 300 kg di carbone con un compenso che variava da 17 lire nel '30 a 1400 lire nel dopoguerra. Talvolta l’intera famiglia partecipava al lavoro nei boschi; donne uomini, bambini sistemavano la legna, badavano alle capanne, preparavano il cibo per gli uomini, poi ripartivano e ognuno faceva vita separata.
Nei boschi del Parco, come accade oggi, vi era una forte sorveglianza: impresari, guardie, capi squadra del gruppo, una vigilanza a piramide aiutata da normative forestali e determinante sia per l’efficienza del lavoro che per gli ottimi risultati da conseguire. Tombolo come San Rossore e Migliarino era diviso da “stacche” e da “vioni” in appezzamenti chiamati lotti che venivano venduti durante l’anno ai privati, agli imprenditori e agli stessi boscaioli. I confini degli appezzamenti da tagliare erano delimitati con precisione da piante infisse nel terreno e chiamate pietrini che a volte venivano contraddistinte da marchi particolari. Particolare e senz’altro più caratteristica la piazza della carbonaia intorno alla quale c’era movimento e la vita stessa. Un esempio di struttura è ancora oggi ricostruita in una zona del Parco a Tombolo (Sentiero dei Tre Pini) dove viene riproposto un percorso didattico interessante. Intorno alla carbonaia si faceva pulizia, si aprivano i viottoli che la folta vegetazione ostruiva, talvolta si arrivava anche a sistemare le pendenze del terreno dal momento che questi boschi sono caratterizzati da lame e tomboli, zone depresse e cordoni dunali. In pratica si arrivava a creare una livellazione per evitare allagamenti inaspettati. La grandezza della piazza solitamente oscillava dai 4 ai 10 metri, una piazza media si aggirava intorno ai sei metri di raggio e poteva contenere una carbonaia di circa 24 metri “steri”. Sulla piazza non mancava la capanna costruita con legno e piote (pellicce di terra) a base rettangolare di 4 0 5 metri, alta due metri detta a Gesù per il disegno del profilo. Qui trovavano collocazione non più di due persone. All’interno non mancavano giacigli e sedili in legno. Una struttura semplice, funzionale quanto bastava ma assolutamente insufficiente per le precarie condizioni igieniche nelle quali gli ospitanti si trovavano a vivere. Costruire la carbonaia voleva dire osservare tutta una serie di regole accumunate da una vera e propria arte.
Il carbonaio costruiva l’uovo di legna e lo rivestiva di zolle, di foglie secche e terriccio. Nel mezzo lasciava un foro profondo affinché lì il fuoco potesse prendere vita. Poi a secondo del vento, praticava dei buchi nella carbonaia tappando e stappando con maestria affinché l’operazione potesse riuscire perfettamente. Il tiraggio doveva essere perfetto, la cottura di circa tre giorni. “Vita tremenda e disperata” si legge in vecchi racconti recuperati dalle tradizioni. Il lamento del carbonaio ci dice tutto “- chi non l'ha provata un lo po' immaginare”... E pare di assaporare l’anima di quella vita, di scoprire solo da vecchie fotografie, da quelle capanne, da quelle piazze di lavoro, il teatro quotidiano di personaggi per un tempo dimenticati dalla nostra storia. Tutto questo per il carbone, quello forte (quello migliore) o quello dolce, in gergo, materia prima per avere energia, usato nelle fabbriche nelle industrie, nelle ferrovie per la funzionalità dei treni, indispensabile per i fornai, per i fabbri, maniscalchi, fornaci, per scaldare, cucinare... Abbiamo ripercorso nei boschi di Tombolo, San Rossore, Migliarino, la strada del carbonaio, un tragitto didattico per insegnare da vicino quella vita e per ritratteggiare l'orgoglio di quegli uomini ai quali dobbiamo una parte di ambiente, una parte di storia intrisa di questo angolo di paradiso e appannata da questa società del benessere... Là tra il verde delle chiome si apre quel mondo, si cammina fino alla famosa piazza e pare di vederlo il carbonaio sporco e intento nel lavoro, solo nella natura dalla quale ha imparato tutto, con i suoi abiti, i suoi strumenti: la scopa, i rastrelli, il fumaiolo, il nastro in cuoio, il corbello, il vaglio, il sapore del fumo che brucia la gola gli occhi le mani, la carbonaia eretta là, pronta a prender fuoco, a fumare.
E il carbonaio cominciò a costruire l’uomo e la natura! Ad insegnare il cammino verso l’amore delle cose più naturali che ci circondano. Professionalità, razionalità ed esperienza! È di questo che si é trattato... Intorno agli anni '50 boscaioli e carbonai hanno rappresentato un indirizzo lavorativo che ha scongiurato la volontà di distruggere parte delle nostre pinete per il sopravvento dell’industrializzazione, della costruzione, della speculazione tanto cara agli anni '80. Non si possono dimenticare figure di lavoratori che hanno speso le proprie energie vivendo tra odore di mucido, foglie secche... Non si può dimenticare che dietro quell’uovo di legna si é creato un lavoro che ha dato vita ad intere famiglie ad intere generazioni. Un omaggio dunque a queste figure storiche, che ormai sono suggellate dal tempo e dai ricordi e che il lettore imparerà a conoscere tramite racconti e inni ancora vivi proprio tra quei boschi che racchiudono i segreti di questo carbonaio, venato di bluastro, isolato dal mondo, che deve riecheggiare nei secoli con schegge letterarie costruite su lembi storici e memorie.
Carattere non sottomesso e disciplina interiore elogiano la vita del carbonaio.
“- In fondo il mondo é cambiato profondamente rispetto a quei tempi, ma è bello constatare l’immutabilità di questi luoghi che ci fanno apprezzare ancor di più il ricordo del passato. Qua, come nelle memorie, resta un panorama integro e compatto proprio come lo ricordavo.”-.












