Il ghiraio e il resinaio
Perché l’albero della vita? Perché la vita di questi protagonisti si svolse solo alla loro ombra... Si osservano i voli di ghiri notturni mentre si apre le vene a quelle chiome incantate e si dissanguano i rami... Si scavano fuochi, s’impigliano animali... Qui si toglie la vita, la linfa naturale di questi emblemi surreali da mortificare...
Non rappresenta l’immagine di un autentico artista perché non ha bisogno di viaggi avventurosi, ma scopre anch’egli una sua dimensione attraverso la morte del ghiro, simbolo di distruzione di quelle pine che proprio i pinolai raccoglievano fino all’ultimo pezzo. Così invece il resinaio apre le vene al suo albero, portandolo via dalla madre natura.
Ritroviamo così altri personaggi meno noti in questo iter di attività, ma dipinti nella storia dei tempi. Il ghiraio appare confuso e adombrato da un’attività non sempre aulica, ma perversa. L’uomo gareggia qui con la natura e si inserisce nei suoi processi, li modifica e finalmente corona il suo lavoro con un lembo da esibire come prova.
Ma chi è il ghiraio?
Il pinolaio viveva all’ombra delle alte chiome, scuoteva quegli alberi e lasciava il lavoro di contorno al raccoglitore. Esisteva come abbiamo visto anche una terza persona preposta a raccattare i frutti rimasti distrattamente. I cacciatori di ghiri rientrano in questo vasto processo, certo la loro funzione non rappresentava un lavoro vero e proprio, ma rendeva soprattutto quando di questo animale si arrivava a sfruttare tutto.
Il ghiario è un killer che si adopera affinché la pineta non sia mortificata dalla presenza del piccolo roditore. È intorno agli anni '50 che fa la sua comparsa per esigenze di “mercato” e chiude i battenti in inverno, quando il piccolo notturno andrà in letargo.
La caccia prende vita tra Marzo e Novembre fino a Pasqua.
Nel panorama paesaggistico che stiamo proponendo, il numero di questi cacciatori appare esiguo! La pratica nasceva soprattutto per la richiesta dei signori, dei padroni e gli uomini più abili. Coloro che in capo ad una stagione realizzavano circa 10.000 uccisioni restavano in qualche modo legati alle tenute dove le ricompense erano più alte e dove il padrone richiedeva esplicitamente l’attività.
Nei boschi si lavorava su pioppi, pini o querce, si osservavano le carie e si predisponeva tutto per la cattura efferata, fatta di fumi velenosi, di arpioni, di furbizie. Sembra di guardare un cacciatore di balene, che sotto la spuma delle onde infuria verso quell’animale e lo ferisce, lo trascina, non gli dà scampo. Una lotta a due che in mare si apre all’infinito e che qui, invece si chiude tra i fori di alberi, sbarrati al cielo... Sicure bare.
“- Apri gli occhi figliolo, ci siamo quasi!”- In brevi attimi, mentre i passi si posano lievi come luce su un percorso verde, là tra rami verdi e foglie, si aprono bocche di legno aperte.
Sono in piedi i due protagonisti padre e figlio.
Procede avanti ”l’uomo della foresta” riprendendo ogni momento quel dialogo fatto di sussulti, di coraggiosa apprensione.
Il suolo sembra caldo e la natura sembra rendere incapaci di compiere quell’impresa.
“- Li vedo!”- Dice il figlio indicando le tane di fronte a lui! E continua: “- Credi che ci siamo?”-.
“- No, no!”- Risponde frettoloso il padre. “- Ti assicuro che comunque faremo presto.”-
“- Preferirei davvero lasciare andare il tuo braccio per scapare... Ma cosa dobbiamo fare ora?”-
“- Perché tremi? Non hai freddo, vero?”
“- Perché vedo quel che fai da vicino e non è per nulla meraviglioso...”-
Sfiora l’indifesa fragilità di un bambino che avendo sperimentato quella tragedia, resta con una dolorosa cicatrice, affiora invece l’imperturbabilità di un uomo che fa tacere la coscienza perché vive ed il suo lavoro è vita, denaro.
Il ghiraio cerca le sue tane, le individua ad una ad una, fa di quest’attività un percorso di ricerca che sfrutterà nei giorni a venire. Nelle fenditure il ghiro non troverà solo un buon nascondiglio,ma la rete crudele tesa dall’uomo.
L’uomo occlude gli accessi della tana, tranne uno, poi lascia che il ghiro trovi riparo ed immette stracci imbevuti di zolfo, tirati dentro con arpioni di ferro.
Non sarà solo un esemplare a morire, ma tutta una colonia... Poi si passa all’operazione successiva, si vendono le code che rappresentano l’ambito trofeo del padrone che raccoglie quelle tracce di morte e le depone... Offrirà soldi in cambio e le giornate saranno fruttuose.
Figura nascosta all’albero della vita il ghiraio estrae linfa di una parte di natura ma ha un buon fine. Talvolta anche la carne del ghiro viene mangiata... Qualcuno l’ha fatto in tempi passati ma se ne vergogna e non esibisce questo racconto... A noi basta di saperlo per costruire una figura che tratteggiamo nei particolari. Accanto a questo macabro rito anche il resinaio fa la sua comparsa, ma si avvicina agli alberi con più naturalezza, egli ruba qualcosa, ma il suo lavoro non è deleterio spiritualmente.
Il resinaio è un ecologista che lavora con estrema precisione, sottrae sangue ad una pianta che servirà per una moltitudine di cose... la sua è un’immagine meno faticosa e resta ai margini di Coltano, zona caratteristica per questa attività poco nota in Italia.
Mentre l’importazione di resina e trementine gregge ha avuto una sua valenza, ciò non può essere detto per la produzione, iniziata in quest’area del Parco intorno al 1800 per avere breve vita. “- Si estraeva la resina e quindi i due componenti principali; trementina e colofonia. Il clima italiano ha sempre favorito la vita di una flora erborea resinosa numerossisima di specie.
La varietà non mancava ma l’industria ed il commercio di quest’attività non sono mai decollate. Il sistema che usavamo per l’estrazione, qui a Coltano era quello francese.
Arrivare al momento della resinatura significa stabilire che la pianta ha raggiunto la circonferenza di circa un metro... Due erano le direttive per lavorare in questo particolare settore. La pianta, a seconda delle ferite: solo due nel primo caso, fino a sei nel secondo, “resinatura a vita”, “resinatura a morte”, poteva rimanere salva oppure morire inevitabilmente dopo qualche anno.
I resinatori iniziavano a Febbraio, incentivando la secrezione resinifera grazie al taglio di rami a quattro o cinque metri di altezza dal suolo, raschiando poi la corteccia dove verrà fatta l’incisione, elaborata in opposizione al soffiare del vento marino.
L’obchot era l’arma del resinatore, un coltello con manico di 70 cm e lama affilatissima che arrivava a circa 5, 7 cm di profondità. Sotto, fissata al suolo con un chiodo, una lamina in zinco curvata a doccia. Sotto le ferite venivano posti recipienti, capaci di contenere mezzo litro di resina”-. Geme la resina copiosa che si fa sentire profumata ai margini del bosco! Il resinatore da Marzo ad Ottobre, ogni 5, 8 giorni fa da carnefice, allungando quelle ferite, sempre più profonde. Operazioni terribili...
La trementina, come sappiamo, è usata per le fabbriche di colori delle vernici. La colofonia e invece usata per inchiostri da tipografia, tele incerate. La resina è utilizzata per estrarre l’essenza di trementina, la colofonia e catrami diversi. L’industria italiana solo nel 1900 ha importato circa 13 mila quintali di colofonia ed altre resine. Questo tipo di attività avrebbe potuto trovare forza maggiore e benefici inequiparabili da non sottovalutare...
Si chiude anche questo capitolo svolto all’ombra del Parco e della tenuta di Coltano regno dei resinai... Abbiamo elaborato soggettivamente, interpretato, caricato di significati, i dati di queste realtà, inserendoli in una prospettiva che include interpretazioni, giudizi, attribuzioni di significati. E tuttavia al di là di questo sforzo, abbiamo potuto aprire gli occhi attorno a noi sfiorando storie con cupi splendori, trasparenti. L’unico contatto possibile con queste verità è stata una ricognizione, tirata fuori da testimonianze reali che hanno permesso di offrire aloni suggestivi, impatti diretti più o meno pacati. Sfilano le figure esemplari di questi uomini che con estraneità assoluta, hanno dimenticato il dolore, coltivando invece valori insormontabili... Ghirai e resinai ciechi e testimoni assoluti di inquietudini “ambientali” si mostrano ancora attaccati alla terra... Il senso di appartenenza si rafforza ed è sentito non solo come affetto ma anche come memoria che custodisce e alimenta, nell’animo, la sostanza vera di un territorio che esiste...





