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Antichi mestieri: il mattonaio

Mota, sabbia, stampi e palotto... Si vaglia la rena e si sparge l’acqua per la grande lavorazione... All’orizzonte grossi mucchi di mota... È l’ora di tornare al lavoro; donne e bambini, piccoli e grandi... Nelle piazze un’altra lenta danza, là su quelle larghe “pozze” dove piedi e mani, ancora per un lungo giorno masticheranno quell’ardua lavorazione.
 

Mattonaie con gli stampini al banco della mota

Esiste un altro mestiere davvero troppo poco ricordato che rammenta il duro lavoro al quale era condannato lo schiavo ebreo al tempo dei faraoni in Egitto. Si tratta del mattonaio, una figura comparsa in Toscana intorno al 1870 e che ha dato vita ad una lunga storia... Un arduo lavoro per il quale erano necessari lunghi trasferimenti soprattutto al nord; Piemonte, Lombardia, Liguria e Calabria. Sono tanti i mattonai che raccontano il loro travaglio, portato avanti con determinazione per anni ed anni. Un’attività stagionale che iniziava ad Aprile, ai primi tepori della primavera per terminare a Settembre dopo aver fabbricato mille e mille mattoni, coppi, embrici... Le caratteristiche del mattonaio calcano proprio le abitudini dell’operaio di quegli anni; lavoro a cottimo, sottopagato. Un uomo costretto a vivere ai margini della sussistenza sotto un padrone del quale non si può fare a meno perché alla fine della giornata avrà dato un compenso utile per poter sostenere meglio l’inverno. Il mattonaio viveva così: 18 ore di lavoro giornaliero, un “ciabotto” (casotto) come casa, un pagliericcio sul quale dormire, un pezzo di pane ed un po’ di minestra. Nessuna distrazione e poche ore di sonno per ristabilirsi quanto bastava, se poi per il meno fortunato arrivava una febbre, allora c’era il rimedio più veloce, la penicillina che rimetteva in piedi. Anche nel Parco, come altre zone della Toscana annovera ha avuto i suoi mattonai, li annovera tra le più antiche figure storiche da riportare alla luce e ne tratteggia i contorni grazie alla testimonianze che ci sono pervenute.

Trasporto dei mattoni

Chi era e cosa faceva il mattonaio? Il mattonaio é un grande lavoratore che insieme alla famiglia promette al proprio datore, al padrone, una prestazione molto impegnativa che copre un’arco di tempo di circa per quattro mesi consecutivi. Non reagisce alle dure condizioni e non si arrabbia se viene considerato come uno zingaro per la miseria che lo contraddistingue, negli abiti, nel modo di fare, nella vita dentro quel ciabotto, casupola di poco conto, regno di insetti e topi. Si Sveglia alle 3.00 di mattina e inizia il suo lungo calvario fino alle 10.00 della sera. Il suo scopo alla fine della giornata e quello di costruire i mattoni e per far questo deve per prima cosa lavorare la terra, lavorarla a tal punto da renderla amalgamata e pronta a prender forma. Una terra particolare: la mota, argillosa e compatta che con l’acqua viene pestata e mescolata per ore ed ore... E questo è il calvario di quest’uomo che s’immerge con le gambe in questo impasto e pesta fino a sfinire di stanchezza, a non parlare più. Dopo i suoi quattro mesi di lavoro avrà perso 10 chili di peso. Il mattonaio vive tra i topi con i quali divide il cibo, aspetta la merenda del pomeriggio, minestra di riso o di fagioli, non ha paura della fatica e del buio ma è felice perché il piccolo guadagno della stagione, circa 30 lire a famiglia (nel '43) gli permetterà di soddisfare alcune sue esigenze. Presto i mattonai cominciarono a vedere in questo lavoro una sorta di beneficio familiare proprio perché a differenza di altri vecchi mestieri, questo permetteva di far partecipare attivamente tutta la famiglia; le donne pestavano anch’esse la mota, i bambini preparavano il cibo, potevano accudire la famiglia ed aiutare nel lavoro quando questo si ritenesse necessario. Insomma la fatica si sentiva meno perché distribuita un po’ a tutti.

Una cava di mota

Ma vediamo le tecniche del lavoro! Una grande montagna di terra, rappresenta la materia prima dell’attività. Man mano i mattonai sfacevano questo monte. Sulle piarde, le grandi piazze per l’impasto cumulativo, la terra veniva preparata con l’acqua, innaffiata grazie ad un palotto e pestata per circa 4 ore consecutive fino a farla diventare un amalgama compatta. Si zappava, si pestava... Poi il pastone veniva coperto affinché il sole non potesse seccarlo ed iniziava la seconda fase del lavoro consistente nel caricare sui “banchi” da lavoro, una quantità adatta all’impasto e dunque alla creazione dei mattoni. Il banco, robusto tavolo di legno coperto talvolta o di cannicci o di tele, aveva un piano di circa 1m x 1,50. La mota che arrivava qua era già come calcina, come colla, pronta per la lavorazione da mettere negli stampi detti o “a cassetta”, caratterizzato dal fondo chiuso o “a paramano” con un fondo diversificato nelle figure. Le mani rappresentavano il primo strumento per l'operazione... Si prendeva una parte di “pasta”, si modellava ed infine si pareggiava la stampa con la “randa” uno strumento adatto a dare l’ultimo tocco. Il banco durante questa operazione era cosparso di sabbia, una sabbia asciutta, resa pulita dal vaglio, altro strumento da lavoro. Il mattone così confezionato ed insabbiato si staccava dalla stampa, si rovesciava a terra già pronto per essere messo in “gambetta” o a lisca di pesce, sistemato cioè attraverso uno schema preciso (ogni mattone era disposto obliquamente su due sottostanti in modo da favorire l’areazione) a riposo, per circa 10 giorni. Una famiglia di circa quattro persone dovrà produrre circa 3.000 mattoni al giorno.

Attrezzi del mattonaio

Due erano i tipi di mattone confezionati: a cassetta, il più semplice, “fabbricato” dentro una cassetta appunto, che gli dava la forma stabilita, comunemente rettangolare, ed il secondo mattone chiamato “lavato” cioè formattato con le mani e disegnato con i calli perché lisciato più volte con l’aiuto dell’acqua. Il lavoro comunque procedeva con fasi precise: impasto, lavorazione del prodotto, sistemazione del mattone e entrata in scena del “cariolante”. Una voce a parte spetta al “coppatino”, un mattonaio specializzato in opere un po’ più delicate, come i paramani battuti, le pianelle, le mezzanine, i coppi, per i quali era necessario uno strumento in ferro lungo circa 38 centimetri che serviva a dare la forma al prodotto insieme al materiale primo: una terra ancora più speciale detta in gergo “senza pelo” cioè pulita e meno incline a spaccarsi dopo la lavorazione. Tornando alla cariolante, bisogna ricordare che questa figura, un po’ jolly, era utilizzata per portar via i mattoni dal luogo dove questi venivano messi a riposare. Il tragitto era quello predestinato... Alla fornace. Le fornaci di Tombolo erano dislocate a Barbaricina e sull’Arnaccio (Area Biscottino) dove sussistono ruderi. Il trasporto dei mattoni dalle cave alle fornaci per essere cotti, avveniva con i barrocci trainati dai cavalli.
 

  • Attrezzi del mattonaio
  • Stampi per mattoni
  • Diversi tipi di mattoni
 

Ragazzi e anziana mattonaia. Sullo sfondo una pila di mattoni.

Questi barrocci avevano una conformazione idonea per contenere mattoni affinché durante il trasporto non subissero contraccolpi. Il Forno del mattonaio è a forma quasi circolare, è la fornace che si presenta cioè come un grosso semicerchio forato da quattro bocchette ed una alta per il carbone. Comunemente di 3x2.50 m., il forno cuoceva circa 5000 mattoni nell’arco della giornata. I mattoni qui venivano disposti uno sopra l’altro per una ventilazione più forte. Disposti le “mani” o file di mattoni, si procedeva poi a sistemare i prodotti più delicati; mezzane, embrici, coppi... Si comincia a far fuoco, un fuoco che durerà per giorni (circa una settimana per 4.000 pezzi). Con l’arrivo dei mattoni nel forno il lavoro però non è terminato! Questi da “bianchi” come si diceva un tempo, diventeranno “rossi”, ma il mattonaio mentre il fuoco brucia, continua a lavorare a catena fino alla sera per impastare terra, lavorarla al banco, sistemare i prodotti quasi finiti a “gambetta” cioè due alla volta a formare un muro aperto. È bellissima questa figura storica del mattonaio. Merita un omaggio particolare! Scompare intorno agli anni '50 il mattonaio! Le nuove tecniche di costruzione infatti, con l'uso di ferro, cemento e di blocchi sia laterizi, sia di derivati, hanno sostituito i mattoni troppo costosi e poco pratici.

Resta per il momento a Capanne, nel Comune di Montopoli in provincia di Pisa, un fulgido esempio, un ricordo immenso dei Mattonai, che là nel loro “paese” vorrebbero erigere un monumento a memoria di quanti hanno così lavorato duramente, un ricordo significativo e santificato: La Chiesa della Madonna del Buon Viaggio. Una struttura in mattoni appunto, originale e bellissima nella sua specificità, costruita con questi vecchi prodotti, realizzati da questi uomini speciali.

Un tempo là, quando i mattonai, intere famiglie, ritornavano dal nord, il paese preparava la festa, una festa dedicata ai lavoratori e al questa Madonna protettrice dei viaggi. Tombolo non ha ricordi del genere perché questa attività non fu così fortemente rappresentata come invece è accaduto in altre località della nostra Regione. Comunque sia resta la volontà per molti di far ricordare questi uomini e rendere giustizia a quanti hanno vissuto costellando la loro vita di grossi sacrifici.
 

  • Fornace di Luicchio, nella Tenuta di Tombolo
  • Fornace di Luicchio, nella Tenuta di Tombolo
  • Coltano. File di mattoni ad essiccare, sullo sfondo le fornaci
 
[a cura di Cristina Cecchini e Luca Gorreri]