Suckerfish

Antichi mestieri: il navicellaio

Più lontano verso la pineta si può ancora udire il vento filtrare tra verdi piante ondulanti qua e là... Un movimento strano, un dondolio... Le nuvole sull’orizzonte delle acque sembrano soffici e vere, confuse da altri colori che si disperdono in luce bianca e brillante... Davanti al mare, abbracciata alla pineta, vele spiegate di lontane barche... un altro tragitto raggiunge il rumore delle onde! Il becolino... lo conosce bene quel tragitto... issa la vela di colore acceso, sfrutta la forza del vento, sfiora l’acqua e si muove lentamente.

Il navicello fila verso Tombolo

Pesta la terra il mattonaio ricordando il duro lavoro dello schiavo ebreo d’Egitto. Scivola lento il becolino, che come Caronte legherà la sua esistenza a quel passaggio in acqua. Su e giù per quel Canale... la sua è una musica ripetitiva che si fa dura se il carico è pesante, che si addormenta se è leggero... Costruisce i mattoni il mattonaio e li passa alla fornaci. Di là traghetterà come Caronte il becolinaio che di sé non lascerà che un muto ricordo, mentre alle sue spalle l’onore e la fatica hanno fatto innalzare opere d’arte. È questa un’altra figura straordinaria che appare nell’ombra della Tenute. La sua storia affonda le radici in tempi lontanissimi e resterà in vita fin dopo l’ultima guerra mondiale. Il becolino, o “Be’ olino” riecheggiato dal verbo Toscano, trova la sua forza nel mezzo a lui più congeniale, la barca; una piccola struttura rozza, panciuta ma molto, molto resistente, costruita appositamente per trasportare particolarmente materiale edile. Sembra però non avere peso quel carico che sguscia veloce su quel lento e comodo battello... Scorre leggero il becolino! Intorno a lui l’acqua sembra ondeggiare senza eco ed il fruscio del movimento si ode appena, mentre la notte si fa piena, ed ancora un altro giorno porta via. Anche la vita di quest’uomo non è avulsa dalle fatiche e dagli enormi sacrifici, ma anche quest'uomo, come tanti altri in questi tempi duri, avrà dalla sua parte la famiglia; la moglie e i figli che vivono con lui in questa casa galleggiante munita di tutto, realizzata per portare tutto.

Coltano. Tre navicelli sul canale

Non è solo materiale edile quello che il becolino trasporta, ma si tratta di grezzi pezzi di opere d’arte che andranno ad arricchire, a formare i palazzi pisani e livornesi. È questo il ruolo del becolinaio, traghettatore calmo e riflessivo... È questo il ruolo di questa barca così importante che forse ha fatto la sua comparsa durante le crociate, fissando il proprio nome intorno al 1800. Tanta importanza alla navigazione al porto, all’ingegno idraulico derivava non era solo una necessità commerciale comunque significativa a quell’epoca, ma anche dalla volontà di adoperarsi strategicamente per garantire il movimento facilitato di materiale da costruzione. Fu così che Livorno come e più di Pisa, poté quindi godere della nascita di edifici pubblici in parte eretti rigogliosi fin quando ai Medici si sostituirono ai Lorena. Il becolino fu fulcro di tutta questa operazione con un ardito marinaio che visse sulla scia delle onde, compiendo tragitti stancanti, in sintonia con le acque, incarnando calma e serenità. Non c'è in lui sofferenza interiore, ma armonia e ancora contatto pulito con una natura antica, viva. Egli porta con sé i laterizi, quelli provenienti dalle nostre fornaci situate poco distanti dalla città di Pisa, lungo il fiume Arno. Tombolo ha osservato passo passo il tragitto del becolinaio e annovera tanti di questi uomini, tanti di questi natanti votati ad ore ed ore di viaggio. Il becolino percorre la sua fossa, circa 22 chilometri di specchio d'acqua, larga dai 12 ai 18 metri profonda un metro e mezzo (misure sufficienti per i natanti di allora).

1906. Canale dei navicelli

Parte con il suo mezzo... Da Pisa sbocco in Arno, subito fuori Porta a mare proprio di fronte alla Vecchia Torre Guelfa. Attraversa la macchia di Tombolo tagliando il Fosso del Calambrone per arrivare al molo di Livorno, proprio in Piazza Carlo Alberto, grazie ad un braccio deviato. Nel 1925 il tracciato fu modificato, allargando l’alveo e approfondendo il pescaggio dell’acqua. Attualmente il canale misura 17 chilometri di lunghezza, 31,60 metri di larghezza, con un fondale raddoppiato e sfocia nell’ampio scolmatore a Calambrone. Il becolinaio, issa la vela latina! E' abile nel portare il suo carico nel muovere il suo natante sfruttando al massimo le capacità di capienza e spingendo aiutandosi dai venti, dalla sua Pertica. Egli trasporta anche grano, pelli da conceria, sale, lana e tanti altri generi di diversa natura che vanno e vengono dal Porto di Livorno. E guardiamoli da vicino questi navicellai o becolinai.... Potevano trovare conforto nei "bardotti"... Giovani garzoni, alle loro dipendenze, che scaricavano le merci, e spesso s’imbracavano per tirare “all’alzaia” il navicello, sfruttando lunghe funi. All’“alzaia” si cammina Lungo le sponde dei canali e dell’Arno... il navicellaio operò in vari modi! I più ricchi poterono sfruttare la forza animale, per trainare i navicelli contro corrente... lunghe le funi che trascinavano quelle barchette che in un dolce dondolio... lenti scivolavano i navicelli tra i viottoli fiancheggianti le rive del fiume. Il massimo carico porterà la barca a sfiorare l’acqua dalla sponda destra e sinistra ma senza paura anzi, ciò permetterà un guadagno maggiore.

Coltano. Navicello sul canale

Come abbiamo visto in altri mestieri anche quello del becolinaio accorpa tutta la famiglia che si stringe intorno al natante, luogo di lavoro e casa stessa. In ambienti ristretti si trovavano: la cucina, situata a prua e la camera a poppa. Tutti i membri della famiglia sono chiamati a lavorare, anche i bambini devono dare una mano per alleviare il lavoro incessante che si acqueta in un turno breve, quello dell’attesa tra uno scarico e l’altro organizzato dal lavoro dei Barrocciai. Ecco altre figure corollario di questo panorama. I barrocci trainano cavalli che si spostano dalle fabbriche e dalle fornaci fornitrici. Acqua, calce e pietre vengono caricate nelle località adiacenti al fiume Arno: Caprona, Uliveto, Fornacette, la Navetta e Calcinaia.

Navicello in navigazione

Per lungo tempo, il becolinaio ha issato la sua vela e spinto con la sua Pertica. Ma sono arrivati anche tempi migliori contrassegnati dall’arrivo dell’“Alzaia”, il metodo con il quale una fune di una certa lunghezza, adeguata alla stazza dell’imbarcazione permetteva all’uomo di trainare il natante. Cambia l’immagine dell’uomo! Curvo su se stesso tira con sommo sforzo il suo messo, camminando per un viottolo battuto lungo le sponde del Canale. È la moglie che sta al timone e che calma i figli che giocano in coperta. All’uomo spetta la fatica più grande, camminare, tirare, a piedi nudi... Scivola il becolino lungo le acque silenziose, si odono i passi cadenzati dell’uomo, che ascolta silenzioso la musica del vento. Egli tira... La “bestia umana”, così chiamata per questi particolari frangenti dolorosi, smuove l’erba, fa leva sulle gambe stanche e nervose.

Pisa, Porta a Mare. Navicelli ancorati presso la fabbrica Saint Gobain

I più fortunati potranno comprarsi un somaro, una bestia forte capace di alleviare la fatica del becolinaio, stanco e privo di energie. Il somaro rappresenterà un conquista notevole, anche perché si sazierà d’erba gramigna, folta lungo l’argine del bosco e si abbevererà ad un secchio d’acqua. Come un uomo che ha duramente lavorato e che hanno dato una parte di storia a quella bella Livorno che tutti possiamo ancora osservare nei palazzi nelle costruzioni più antiche. I becolinai lavorarono a lungo anche dopo la fine dell’ultima Guerra Mondiale contribuendo alla ricostruzione di buona parte di questa città a loro cara, distrutta in parte dai bombardamenti americani.

 

  • Pisa, Porta a Mare, anni '20. Scarico della sabbia da un navicello
  • Montramito, anni '60. Cave della rena da trasportare con i barconi
  • Massaciuccoli, anni '20. Barcone per il trasporto del falasco

  • Piaggerta, anni '30. Barconi in un canale
  • Massaciuccoli, anni '20. Barconi per il traporto delle merci attraverso il lago
 
[a cura di Cristina Cecchini e Luca Gorreri]