Antichi mestieri: il pinolaio
I pini sembravano sentinelle guardinghe, ombrelli giganti dai mille frutti... Alte chiome rade che si aprono ad un cielo lontano... Ancora il pensiero va alle tenute: San Rossore, Migliarino... ai pinolai altri protagonisti che veloci nell’arrampicarsi sfidarono le cime verdi, annodandosi agli alberi ogni giorno, ogni ora...
Se il tempo ha dato vita alla storia e questa non ha fatto morire parte degli ambienti naturali che ci circondano è perché l’uomo, quello semplice, quello che ha vissuto di natura e di spazi incontaminati, si è stretto a lei e con lei ha creato un connubio inscindibile. Questa è la vita del pinolaio, figura che accanto al carbonaio ha regalato ancora un ampio spazio di studi con generalità e caratteristiche assolutamente particolari per l’iter lavorativo che svolgeva quotidianamente. Le tenute di San Rossore, Migliarino, Tombolo e la Macchia lucchese hanno così consacrato anche le figure degli scuotitori e dei raccattini che rappresentarono intere generazioni mai dissolte nei ricordi e che ricorrono sulle note del tempo facendo ancora parlare di se’ con orgoglio e fantasia. Loro arrivavano al cielo, toccavano le ampie chiome dei pini, confondevano l’azzurro manto celeste con le alture dove quei frutti giacevano. I pinoli e la loro produzione in epoche lontane hanno dato vita ad una attività veramente significativa. Nel Parco le formazioni a Pino domestico ricoprono circa 4.500 ettari, cioè il 25% della superficie nazionale. Tombolo, San Rossore, Migliarino sono ancora principali centri di raccolta e lavorazione degli strobili e di produzione del pinoli. Oggi i cicli di lavorazione sono segnati da caratteri più moderni, ma le nozioni semplici, le antiche tradizioni fanno ancora parte integrante di questi ambienti di queste selve come quella del Parco circa 8.700 ettari boscati.
Su questo ampio panorama, quando la raccolta meccanizzata delle pine non esisteva ancora, si mossero i pinolai, rischiando la vita e lavorando anche con avverse condizioni climatiche. C’è da dire che in questa parte di territorio la lavorazione degli strobili esisteva già all’inizio 1800. In interi paesi infatti rappresentava una delle più importanti fonti di sostentamento fino a quando la tecnologia ha portato ad una certa industrializzazione, facendo concentrare centri produttivi e limitando il lavoro umano in maniera determinante. A partire dagli anni '90, la gestione familiare della lavorazione di pinoli si è conclusa sia per difficoltà di mercato sia per l’effettiva riduzione della produzione complessiva del prodotto. Comunque sia, i cambiamenti operati nel tempo hanno lasciato il loro segno. Donne, anziani e bambini, rappresentarono la vera forza lavoro. Ogni membro della famiglia aveva il suo ruolo: scuotitori, raccattini, ruscolatori vissero la giornata in stretta sintonia, facendo delle pinete il loro habitat naturale. Serio e composto il pinolaio si appresta al proprio lavoro. È preciso nei movimenti e non ha paura perché quella è la sua vita. È vestito con garbo, porta il cappello, come ritratto in ogni foto dell’epoca, quasi ad onorar la professione, lavora scalzo, si accorda con i compagni e inizia la sua opera, c’è tra loro sintonia... Ascoltiamo dalla viva voce di un protagonista alcuni significativi frammenti di storia dove spiccano personaggi che hanno fatto parlare di sé per il coraggio di azioni costruite sul filo di rasoio. Momenti questi ricordati dagli uomini di un tempo, riportati da anziani genitori a figli curiosi di sapere cosa volesse dire fare il pinolaio.
Ci si arrampica, si sale con mezzi rudimentali, scale e lunghi bastoni per scuotere quelle cime incantate. Non va perso tempo e la forza va dimostrata fino in fondo, la forza delle braccia e del cuore che si offre a tutto campo con volontà e determinazione. Il pino rimane dei pinolai, non c’è dubbio: dei raccattini, che con l’aiuto di “cucchiaie” di legno o di ferro, dette anche spingarde, innestate su un’asta di legno, strappavano i frutti, degli scuotitori, che agitavano le piante fino a renderle nude, dei ruscolatori, altra figura da menzionare. I ruscolatori definivano il lavoro compiuto durante la giornata. Loro guadagnavano di più ma dovevano operare meglio, scuotendo e raccogliendo le pine rimaste inavvertitamente sulle piante. «La via dei pinolai si racchiudeva in cinque mesi l’anno. Si iniziava all’alba e alle 13.00 circa si mangiava pane, pasta e buon vino per rinvigorire. Il lavoro doveva protrarsi fino a sera e la giornata dunque era davvero lunga... Ma il lavoro fruttava bene, tre lire per ogni pacco che veniva confezionato... Io ero uno degli uomini che sentivano la responsabilità e la voglia di far soldi, più di quanto fosse possibile, inoltre giocavo con me stesso sfidandomi continuamente su quelle alture... Ciò per l’amore che avevo verso quella parte di natura dalla quale nessuno poteva portarmi via... Ogni giorno per superare ogni record raggiunto si riuscivano a prosciugare più di 50 piante, ci si arrampicava lungo il fusto del pino, talvolta aiutandoci con scale di 4, 5 metri e larghe 25 cm.».
Le braccia e le aste uncinate servivano a snellire quella manovra acrobatica. Altro mezzo, l’asta uncinata fatta di canna di palude, leggera, flessibile, usata per colpire i coni. Non c’è tempo da perdere si sale veloci verso quelle cime incantate, si deve dimostrare tutta la forza possibile. Quella delle braccia del cuore... La scuotitura rappresentava solo la prima fase dell'attività. le pine venivano staccate anche a mano, nel periodo che andava dalla loro maturazione alla loro naturale schiusura per la disseminazione, cioè da metà Novembre a Marzo. “-Si raccoglievano annualmente 3000-3500 kg di pine per ettaro e la sorveglianza era fortissima. Nessuno voleva fregare, a volte però accadeva che qualche donna nascondesse pine dentro gli abiti e se qualcuno si accorgeva di questo scattavano multe salatissime. Donne e uomini creavano trambusto in quelle pinete ricche e splendenti, qualcuno talvolta cadeva a terra da quei rami ma fortunatamente i danni fisici erano recuperabili così che quei voli d’angelo permettevano di restare in vita. Tra i personaggi che amplificavano il tenore di questi agresti cantieri: scuotitori, raccattini, barocciai che trasportavano il prodotto nel posto prefisso alle altre operazioni di ripulitura.”-. La giornata si concludeva con la raccolta delle pine che con pale e forche venivano depositate con l'arrivo alle “mandrie” aree vaste, aperte, pavimentate, dove si procedeva alla selezione definitiva dopo una cernita già compiuta da raccattini e scuotitori che eliminavano le pine gallerone, pagliose e bucate. Altro procedimento quello delle pine buone, raccolte su questi piazzali in porche o cordoni, cioè in mucchi prismatici alti 0,30, 0,40 metri, larghi 1, 20 metri e lunghi 20-30 metri.
Gli spinatori effettuavano a mano la spinolatura con un mazzapicchio, trollo o lirone formato da un’asta o manico alla sommità della quale era assicurata una tavola di leccio a guisa di rastrello senza denti. Gli spinatori colpivano i coni ripetutamente in modo da completare l’apertura e quindi l’uscita dei pinoli, che in un secondo tempo venivano puliti, brezzati e scelti da donne e bambini che confezionavano il prodotto così ottenuto in balle di juta. “-Tra quelle donne, operaie, donne condite con vesti colorate e cenci in testa, vi era anche mia moglie. Completava l’opera, la mia opera, mi diceva e lavorava volentieri talvolta portando con se’ i bambini. Una volta la osservai, muoveva velocemente le mani nervose accelerando via via ogni movimento. Potevamo davvero ritenerci felici e così i giorni passavano. Le zone sono sempre le stesse quelle che rivivo chiudendo le palpebre e ascoltando l’eco del vento e l’odore del mare, un attimo di sosta mi sospende nella mente e questa aleggia terre lontane, che potevano non esserci più mentre restano come ricche di tesori infiniti che raccolgo nel mio cuore. Anche mia moglie amava questi ambienti... Mi Sembra di rivederla... Intenta a accumulare i suoi lavori di perfezione a riempire e a confezionare quelle iute che dovevano essere piene al punto giusto. Schizzavano gusci e schegge di legno da quelle mani lunghe e livide graffiate dalla membrana cartacea, rossastra e trasparente che avvolge le mandorle. Intorno a quei grandi tavoli le donne operavano la cernita manuale dei pinoli, anzi delle mandorle e le romanine confezionate a loro volta, venivano preparate per un lungo viaggio verso il nord, specialmente nel periodo natalizio quando si realizzavano dalla fantasia di artisti, confezioni natalizie naturali, ornate di tutto punto”.
Le aree del Parco ci raccontano i vecchi pinolai... Là in quelle zone si dormiva nei capannoni, si andava via il Lunedì e si tornava il sabato sera. La settimana era intensa ma nessuno si lamentava. Questo lavoro stagionale era ben voluto da tutti. Vi erano alcune zone, come San Rossore, molto ben pagate per l’altezza dei pini e quindi per la pericolosità del lavoro da svolgere, ma anche coloro che caddero dalle alte chiome non persero la vita. L’attività era abbastanza redditizia e piena di azioni. Le mandorle avevano una lunga preparazione, mentre della pina nulla veniva gettato tanto che le donne preparavano la brace da vendere con quelle scartate. Insomma tanta la tradizione tante le testimonianze che ricordano quei momenti di attività. Le pinete hanno una loro grande forza non solo per le memorie ma anche per le loro effettive, molteplici funzioni; produzione di legname, di legna da ardere, la protezione delle terre retrostanti da venti marini, la funzione ricreativa e paesaggistica, sempre più importante negli ultimi decenni, dato l’aumento di attrattiva turistica che deriva dalla presenza della pineta nei pressi di stazioni balneari. Le nostre pinete oggi subiscono però forme di deperimento causa problemi di tipo fitopatologico e parassitario, acidificazione del suolo derivata da alterazioni chimiche, impoverimento progressivo del suolo, inquinamento dai detersivi che, quando é inibita, con il freddo, l'attività dei microrganismi degradatori, vengono sollevati dal vento formando una sorta di aerosol che si deposita sugli aghi del pino alterandone le difese e permettendo così l'ingresso del sale nella folgia e di conseguenza il suo disseccamento.
Oggi concluso un ciclo produttivo che forse mai potrà tornare ad avere una valenza determinante sul mercato, come quel tempo, il pino, diventa elemento naturalistico da far sopravvivere. Pianificare, gestire e conservare le pinete di pino domestico è dunque un impegno oggi più arduo che nel passato, ma che va perseguito con tenacia per non veder scomparire una delle forme più belle e caratteristiche del mosaico paesaggistico italiano. Il Parco però è riuscito a concretizzare un pezzo di questo mosaico eccezionale, attraverso l’istituzione di un marchio di qualità che proprio nel pinolo trova la massima esplicitazione di garanzia. Oggi, concluso un ciclo di vita fatto di tradizione e di storia di lavoro e di soddisfazioni, è possibile ricordare quanti hanno legato la loro esistenza al pino, cioè ad una forma di sostentamento naturale e genuina. Un omaggio va dunque a quelle vittime del lavoro, poche per fortuna, ma che hanno lasciato la loro vita su un tappeto d’erba, sotto un’alta chioma sulla quale forse resta ancora la loro anima a volare come angelo tra quel verde e quell’azzurro che è stato il panorama privilegiato di questi operatori oggi suggellati dalla storia.























