Antichi mestieri: l’allevamento del baco da seta
Filo d'argento, lucente e sottile... il bombyx mori, o baco da seta, secerne il suo pregiato prodotto e lo fa filare intensamente... Si creano fabbrichette familiari e qui nascono zone d'ombra e attività sviluppate che potenzieranno il primo passo verso la grande produzione. Ed il gelso fa la sua parte... alte piante centenarie e di morte, sulle quali come i pinolai, gli sfrondatori innalzeranno il proprio corpo...
La tessitura della seta rappresenta il settore, il cui processo produttivo, anche quando era concentrato in fabbrica, rimaneva strettamente legato alla campagna e dunque all’agricoltura. Quando l’inadeguata produzione agricola iniziò a creare carenze di ogni genere, allora, la filatura e la tessitura diventarono i primi pilastri di un’industria domestica nuova e capace di creare sussistenza nel corso del settecento e dell'ottocento. L’attività agricola dell'allevamento e della produzione di bozzoli infatti, favorì oltre che allo sviluppo di tante attività collaterali: produzione del seme, della filatura e della tessitura, anche un notevole incremento di manodopera nel settore. Dobbiamo sottolineare che sono molte le razze di baco da seta conosciute... Le “monovoltine” sono le razze il cui ciclo biologico si compie una volta solo, le “bivoltine” sono le razze il cui ciclo si compie due volte e si arriva infine alla “polivoltine” se il ciclo si compie in numero superiore. Si entra senza dubbio in un’altra realtà più vicina alle forme di lavoro moderne, ad un passo dalla campagna ma lontano dagli odori e dalle sfumature che l’ambiente offre se vissuto giornalmente Elaborata all'interno delle mura familiari, domestiche, la bachicoltura richiama già ad edifici più complessi con grossi stanzoni e spazi vivibili, rappresentando anche nel Parco, un’attività ripercorribile nelle Tenute di Tombolo, Migliarino e San Rossore. Quello che dobbiamo sottolineare che resta comunque un filo conduttore.
In queste aree conservate, permaneva la volontà di conservare appunto anche le attività più diversificate e ancora ritorna il valore della tradizione che pone le basi per un discorso protratto come cultura, negli anni. Anche qui dunque, siamo di fronte ad un prolungamento della proto industria, come ha sottolineato Alain Dewerpe. In Italia il ritardo cronologico di una mancata meccanizzazione potenziò e stabilizzò il prolungamento di queste attività domiciliari che avviarono però ancora un lavoro sottopagato. La prima testimonianza di questa attività ci è data dai gelsi (morus alba e nigra). Resti dei lunghi filari commemorano il lavoro di povera gente, soddisfatta di mantenersi con un proprio salario, ma obbligata dalla sete di sopravvivenza. Ovviamente l’importanza dei gelsi è data dall’alimentazione del baco che necessita di foglie arrivate ad un giusto grado di maturità constatabili da un colore verde più o meno intenso “- Fa eco a tutto questo una forte voglia religiosa se pensiamo che spesso, alla pulizia dei bachi seguiva la pratica della loro benedizione con l’acqua santa. Si bagnava infatti, con una foglia di ulivo quelle stuoie pulite, nuove, regno incontaminato, dove i bachi venivano poi sistemati ogni volta. Era come inaugurare una casa nuova, un alloggio pulito. Il contadino non poteva fare a meno di santificare quel posto unico e ricreato appositamente per le varie fasi di crescita del nostro protagonista”-. Attività, tradizione e cultura perché questa attività ha richiesto tempi nuovi, nuovo impegno e diversificate attenzioni.
“Al tempo si compravano i semi di bachi nelle fiere, dentro bustine tenute come l’oro. Un’operazione che veniva fatta nella primavera e nel mese di Aprile, mese che per alcune comunità rappresenta anche l’inizio di mercati speciali battezzati religiosamente. Spesso erano le contadine a comprare questi semi che riponevano in una bustina “toppina” di stoffa fine portabile ovunque e in questo caso era di consuetudine mettere questa confezione nel seno. Un’incubatrice naturale che le donne consacravano davanti all’altare attraverso cerimonie particolari. La Bachicoltura aggregava intere famiglie, mobilitava madri, figlie e genitori, insomma perpetrava la voglia di stare, insieme crescendo in un’unica attività che dava lavoro ad ogni singolo membro”. Per ricavare circa 1 quintale di bozzoli dai quali ricavare circa 10 chili di seta, erano necessarie tonnellate di foglie di gelso, pane quotidiano per questi dei bachi mansueti e pronti a divorare con docilità. Una volta nati era necessario ovviamente levarli dalla toppina per deporli con strumenti rudimentali, stecchi per esempio, dentro panieri capaci di contenerli con sicurezza. In questa prima fase di vita le foglie dovevano essere tritate finemente. In un secondo momento, sempre con la solita operazione, i bachi venivamo depositati su castelli di canne, costruiti su quattro grossi pali.
Questo l’iter della gestazione, se così si vuol dire, elaborato su l’escalation dell’alimentazione che doveva tener conto di un pasto ogni volta maggiorato. L’intero ciclo dell’allevamento e della cultura del gelso è rivisitabile su oggetti particolari: cannicci e stuoie, regno di questi esseri speciali... capaci di ingrossare e dunque di richiedere posizionamenti sempre più adeguati. Nel corso di 30-35 giorni l’allevamento permetteva di assistere anche alla muta. Quattro fasi consecutive di circa un giorno intero ciascuna. È questo il momento che il contadino deve osservare attentamente perché sfogliandosi, lo strato di cute fatto di chitina, offre il momento esatto per il quale ricorrere al cambio delle stuoie. L’ultima muta detta anche “dormita della grossa” fa arrivare alla fase conclusiva. Il baco ora deve essere alimentato almeno dalle tre alle quattro volte al giorno fino alla fase conclusiva. Se il baco ha raggiunto piena maturazione è nella fase di far uscire dalla bocca il filo e quindi di produrre altrimenti dovrà restare ancora nella stuoia prima di subire il testa-coda, la congiunzione dell’estremità opposte, che fa fuoriuscire la seta”.
Il contadino vive nella speranza di vedere vivere i suoi bozzoli, materia prima per la filanda.. “Spesso però il baco poteva essere colpito da una malattia parassitaria chiamata “bassiana”, fungo ifomicete, che facevano morire le larve in pochi giorni... Dopo l’unificazione, l’inasprimento della situazione economica verificatasi alla fine degli anni '50 in alcune zone, come nella Lombardia, nasceva addirittura alla crisi della seta derivata dalla cosiddetta “pebrina” malattia del baco. Sembra di osservarli i contadini come ritratti in lontani disegni di un tempo. Prima di portare i bozzoli sul mercato, o alle filande, intere famiglie, uomini e donne si ritrovavano, come succedeva anche per la cernita dei pinoli, intorno a grandi tavoli dove si procedeva alla spelaiatura, pratica consuetudinaria seguita e accompagnata dalla cernita dei bozzoli migliori sia per grossezza che per forma e colore...”. L’economia familiare alla fine del '600 salvò dalla fame tante e tante famiglie che dovettero ringraziare la nascita e il potenziamento di questa attività.
Diciamo che questo tipo di situazione non si concretizzò all’interno delle aree protette ma fece da sfondo ad una situazione finanziaria in forte cambiamento. Interi gruppi di persone riuscirono ad arricchirsi e quindi la filatura risultò essere elemento di arricchimento per alcuni. Gli abitanti lamentarono ad un certo punto l’accrescimento e l’evoluzione delle sete ordinarie, l’uso dei filatori a mano, sopra i quali si fabbricava un po’ di tutto... si arrivò a veder accrescere il benessere di alcune persone più predisposte a far soldi e a sfruttare questa particolare attività davvero selezionante.








