Sono trascorsi esattamente 6 mesi, 11giorni, 17 ore e 30 minuti dall’ultima volta in cui la calda mano di quella giovane ragazza dalla bionda criniera sfiorò la stella bianca sulla mia fronte. Da quel momento non ebbi più alcuna notizia di lei. Ebbe così inizio la “danza delle stagioni”, una sorta di conto alla rovescia che in ogni momento mi faceva sperare in un ricongiungimento con la mia amica…eppure, per quanto tentassi di cercarla ogni volta che sentivo il rumore del motore del verde Defender avvicinarsi alle soglie sconfinate del Boschetto, di lei non riuscii a percepirne neppure l’ombra. Vissi per mesi il miraggio di una realtà che sembrava non prendere mai sostanza: un sogno effimero che, giorno dopo giorno, divenne speranza e infine illusione.
Trascorsi quel lungo periodo in compagnia del mio cuginetto Oceano. Quanti giochi abbiamo fatto insieme! Oceano è molto paziente con me e dal primo momento in cui siamo stati messi nello stesso recinto, lui non ha fatto altro che raccontarmi le storie del Parco che io ho sempre ascoltato con la curiosità di un giovane puledrino… certo finché non mi stancavo di stare fermo e allora iniziavo a mordicchiarlo come per dire “dai, adesso basta parlare, giochiamo!”. Poi arrivò il giorno in cui, d’un tratto, tutto cambiò nuovamente. Presto smisi di essere il “piccolo del Boschetto” e feci la conoscenza di Prometeo (detto Pece per il suo manto nero… come la pece appunto!) Non avevo mai visto un puledrino così piccolo. Emanava una dolcezza incredibile e subito in me prese vita un forte senso di protezione verso quel piccoletto. In fondo ero diventato una sorta di “fratello” maggiore per lui, proprio come Oceano lo era per me. Ogni tanto un signore veniva a fotografarci e quando gli capitava di ascoltare quel suo aggeggio parlante che aveva tra le mani e con il quale ci faceva i filmini, mi pareva di sentire la voce della mia amica. Come era possibile tutto questo? Lei era lì, eppure non riuscivo a vederla. Percepivo un tono nostalgico provenire da quello strano strumento, era chiaro, non potevo sbagliarmi: le mancavo, eppure non riuscivo a capire per quale motivo non venisse a trovarmi.

Non feci quasi a tempo a perdermi tra quei pensieri che subito giunse il giorno del mio primo vaccino. La vista di quell’ago mi riportò la mente indietro nei ricordi, esattamente a quando ebbi quella colica così brutta che mi strappò dal mio amato Boschetto. Fortunatamente quel giorno non dovetti abbandonare la mia casa. Mi feci così rassicurare dal dolce sguardo di mia madre che, con un piccolo cenno, mi fece avanzare nella minuscola gabbietta vicino la mia stalla. Avevo molta paura, ma riuscii ugualmente a mantenere il più possibile la calma. Quasi non riuscii a realizzare in tempo la bucatura dell’ago che era già tutto finito, che fortuna! Trascorsero nove giorni da quel momento e finalmente giunse quello del mio primo compleanno. Pioveva al Boschetto, faceva freddo, eppure percepii uno strano calore al cuore. Rimasi in connessione con quella piacevole sensazione. Era la stessa che avvertii la prima volta che mi lasciai accarezzare da lei. Mi stava pensando e quello fu il regalo più bello che ricevetti in quel giorno così speciale. Passai il mio compleanno giocando spensierato in compagnia dei miei simili. Ogni tanto volgevo lo sguardo in lontananza e così apparivano innanzi a me i due enormi dromedari del Boschetto. Io mi divertivo a scrutarli da dietro le piante, stando attento a non farmi vedere. Ripetei quello schema anche nei giorni successivi, alternando momenti di gioco sfrenato a momenti in cui mi distendevo sul prato in totale relax; poi un giorno avvertii un particolare odore nell’aria. Era qualcosa di familiare e sapeva di ”casa”. Mi avvicinai quanto più possibile e quello che riuscii a vedere con i miei piccoli occhietti non poteva essere vero! Era tornata! La mia amica dai biondi crini era tornata da me! Assaporai un mix di emozioni: ero a tratti spaventato, ma la realtà di quel miraggio aveva finalmente preso forma. Feci passare ancora qualche istante e poi tornai finalmente a farmi accarezzare la mia bianca stellina da quelle calde mani. Erano passati quasi sette mesi, eppure nemmeno per un secondo persi la speranza di poterla vedere ancora.
Testo e foto di Giulia Borghi
