Sono trascorsi due mesi da quando ho visto la luce del Sole per la prima volta. Dentro la pancia della mamma era tutto calmo e tranquillo, ma qui fuori il mondo ha tutto un altro aspetto! Sono nato in quel periodo dell’anno in cui tutto si tinge di bianco (o almeno questo è quello che ha detto la mamma). Io non ho ancora visto la neve qui, ma sono riuscito a scorgere le vette imbiancate di quelle strane piramidi che fanno capolino tra le nuvole lontane. Mi hanno detto che qui non nevica facilmente, quindi ho deciso: la prossima volta correrò così forte, ma talmente forte, da raggiungere le piramidi rocciose e giocare con i freddi batuffoli di cotone che ne ricoprono la cima! Adesso è finalmente primavera. Le giornate sono strane qui al Boschetto: alcuni giorni si colorano di grigio e in cielo si scatena una guerra fatta di saette ora silenziose e luminose, ora roboanti. Di pioggia ne ho vista così tanta che potrei riconoscerne l’odore a mille miglia di distanza! Alcune volte esco dal riparo dove sto con la mia mamma. Mi piace alzare il nasino al cielo e osservare la pioggia cadere. Col silenzio riesco perfino a percepire il suono delle gocce sulla vegetazione circostante e a volte si compongono proprio delle buffe melodie… a tratti intervallate dal tamburellare di qualche picchio che suona proprio a ritmo di pioggia!

Quando non piove, invece, il Boschetto assume l’aspetto di un paradiso terrestre. Le farfalle colorate volano leggiadre sul tappeto erboso, facendo tappa qua e là su qualche candida margherita che sbuca dal verde prato; mentre soffici cuscini di zucchero filato corrono nel cielo, assumendo delle forme davvero bizzarre: a volte hanno l’aspetto di un enorme drago sputafuoco; altre, invece, quello di un piccolo gnomo al riparo sotto la sua casetta fatta di fungo. Il Sole, invece, irradia le giornate ora sempre più lunghe e intrise di quel particolare profumo di prateria esaltato dai caldi raggi astrali; mentre nella notte il Boschetto si illumina con la flebile luce della Luna che, col suo peplo bianco, ricopre sprazzi di terreno, facendoli brillare come diamanti in mezzo al carbone. Le giornate non sono mai monotone quaggiù. Ho conosciuto anche altri cavalli e, nonostante non mi sia ancora avvicinato, in lontananza sono riuscito a intravedere tre enormi animali, ciascuno con una grande gobba sulla schiena. La mamma deve averli chiamati dromedari. Dice che sono tipi piuttosto amichevoli, ma il fatto che siano così grossi mi spaventa ancora un po’, quindi aspetterò a fare la loro conoscenza.

Nonostante siano passati pochi mesi da quando abito in questo luogo magico, le esperienze che ho fatto sono state tantissime… come quella volta che ebbi un incontro faccia a faccia con un umano. Era una calda giornata di marzo, a cavallo tra la fine dell’inverno e il principio di primavera, quando vidi una giovane ragazza venirmi incontro. La riconobbi subito: era venuta altre volte, ma io mai mi ero lasciato avvicinare. Quel giorno, però, fu diverso. Tra le mani aveva uno strano strumento che, a volte, emetteva dei suoni insoliti e allo stesso tempo un po’ spaventosi. Ero incuriosito da quella specie di piccolo tronco nero che continuamente avvicinava al suo volto, così decisi di avvicinarmi. La mamma avanzò, insieme a me, verso quella ragazza che, nel frattempo, aveva deciso di accovacciarsi sul prato, diventando più piccola di me. Più mi avvicinavo e più acquistavo sicurezza. A un certo punto lei tese la sua mano verso di me. La mamma l’annusò dolcemente e dopo avermi sbuffato, mi fece spazio affinchè mi avvicinassi a mia volta. Assecondai così la mia curiosità (se la mamma era tranquilla, dovevo esserlo anche io). Mi feci avanti, annusai la mano di quella ragazza e iniziai a investigare su quella strana cosa nera che tanto mi incuriosiva…poi si alzò e iniziò anche lei a muovere la sua mano. Mi lasciai accarezzare e sentii affondare le sue sottili dita nel mio morbido manto. Eravamo entrambi rilassati e anche la mamma lo era. Avvertii perfino il battito del cuore di quella strana creatura dalla bionda criniera, ma fu solo quando ascoltai la sua voce che riconobbi quel suono: era lo stesso che percepii, qualche mese prima, quando ancora mi trovavo dentro la pancia della mamma. Ci guardammo negli occhi. Trascorsero pochi minuti.. poi, salutandomi, se ne andò correndo nella prateria. La seguii col mio sguardo; sperando, un giorno, di poterla vedere ancora…

Sfoglia scarica l’articolo di Giulia Borghi, foto di Giulia Borghi e Gabriele Susini